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ASSEMBLEA NAZIONALE VERDI 10-11-12 novembre 2006
MOZIONE
VERDI ECOLOGISTI PER L’EUROPA
La storia politica dei Verdi
La prima Repubblica è finita, la seconda non si è
mai realizzata e la terza è ben al di là da venire:
forse anche in questa constatazione stanno le ragioni che rendono
infinita la transizione che da vent’anni non consente al
nostro Paese di ridefinire non solo assetti istituzionali e costituzionali,
ma anche nuove e credibili formazioni politiche in grado di rappresentare
in modo compiuto la democrazia dell’alternanza e, per quanto
riguarda la sinistra, di assumere in modo determinante una prospettiva
incentrata sulla sostenibilità, l’equità sociale,
la partecipazione civile.
In questo contesto l’esperienza dei Verdi, determinante
nel richiedere la necessità della svolta ecologista, declinata
nell’azione locale partendo da una visione globale dei fenomeni
ambientali, economici e sociali, ha segnato in modo originale
una stagione politica nella quale industrialismo, crescita, contrapposizioni
ideologiche figlie del ‘900 costituivano riferimenti e vincoli
che sembravano ineludibili per la politica.
Per anni i Verdi, in Italia, sono cresciuti come federazione di
liste locali, un arcipelago contrassegnato da grande capacità
di mobilitazione e di aggregazione.
Un movimento spontaneo con grande capacità di critica e
di proposta, la vera novità politica e culturale che sembrava
poter dare nuove prospettive alla crisi delle ideologie che ha
attraversato tutti i partiti italiani sul finire degli anni ottanta:
la stagione delle Liste Verdi nei primi anni ‘80, il primo
ingresso in Parlamento e nelle istituzioni locali, la sfida del
Governo, a partire dalla metà degli anni ’90, la
stagione dei referendum in grado di mobilitare la società
italiana. Tutto questo attraverso una forma-partito irrituale
ed anarchica, ma al contempo vera e partecipata, una continua
elaborazione culturale sempre legata ad una prospettiva –
nello spazio e nel tempo- che travalicasse i confini fino ad allora
definiti dalla politica (“la terra ci è data in prestito
dai nostri figli”).
Un’esperienza originale, che ha cambiato la politica del
nostro paese e segnato una diversità sostanziale nei modi
e nei contenuti della politica stessa, e che per la fase storica
immediatamente precedente alla caduta del muro ha rappresentato,
anche elettoralmente, un riferimento per tutta la sinistra alternativa
e laica.
Il primo grande scossone arriva con le elezioni europee del 1999
dove i Verdi scendono al minimo storico dell’1,8%, pagando
il prezzo di essere diventati un partitino, di partecipare al
governo nel momento in cui è in corso la guerra del Kossovo.
Nonostante il tentativo di rilancio con la gestione Francescato,
nel 2001 un altro risultato negativo nella lista del Girasole
insieme allo Sdi, che inchioderà il partito al 2,2% dei
voti. Con l’elezione di Pecoraro Scanio sembra possibile
invertire la tendenza e qua e là i Verdi recuperano qualche
decimale. Ma è un effetto temporaneo, che dura fino al
2004 con il 2,2 alle europee, per ripiombare al 2,056% alle ultime
politiche.
In mezzo scelte avventate, come la candidatura di Pecoraro alle
Primarie dell’Unione, in cui riesce a raccogliere il consenso
dell’1,8% dei votanti, corrispondente all’1% dell’intero
elettorato.
Le ragioni della crisi
Ma perché un partito dalla grande valenza planetaria -
quali i Verdi sono in tutto il mondo - sia per capacità
di leggere i problemi che per dar loro risposta, sia per presenza
in tantissimi Stati che per la capacità di aggregarsi a
livello planetario, in Italia sopravvive a stento e non riesce
ad aumentare il suo consenso?
Il modello di esperienza politica che ha caratterizzato la nascita
del “partito verde” non ha saputo, nonostante l’assoluta
attualità dei presupposti e delle intuizioni culturali
e politiche, trasformarsi in soggettività politica credibile
ed in grado di rappresentare un riferimento per l’elettorato
italiano: anzi, più drammatiche sono via via divenute le
questioni sociali ed ambientali frutto delle contraddizioni di
un modello di sviluppo insostenibile in ogni sua dimensione, meno
i Verdi sono stati ritenuti credibili per sostenere il cambiamento.
E nemmeno, in tal senso, siamo stati capaci di continuare a rappresentare
l’autonomia delle nostre idealità, se è vero
- com’è vero - che nelle ultime due competizioni
politiche invece di tentare di rappresentare, senza indulgere
in conformismo e compatibilità quella parte trasversale
del popolo dell’Ulivo che richiedeva – richiede -
politica pulita, sicurezza, ambiente, laicità, solidarietà
e giustizia, abbiamo partecipato a cartelli elettorali incomprensibili
e soltanto strumentali a quella limitata contingenza politica.
Di pari passo con la crisi di credibilità e di rappresentatività
politica, abbiamo visto crescere la degenerazione nell’uso
e nella gestione del potere. Già durante l’oceanica
assemblea che aveva eletto presidente Grazia Francescato, i giochi
di costruzione e scomposizione di cordate - vizio purtroppo atavico
nei Verdi – avevano soffocato il bisogno di novità
e di freschezza portato da migliaia di iscritti. La novità,
allora, fu la rinuncia alla delega: “Una testa un voto”,
subito tradottosi nell’uso massiccio delle cosiddette “truppe
cammellate”. Qualcuno allora denunciò, inascoltato,
questo costume. Quel metodo non è mai cambiato, tant’è
che, negli anni, abbiamo assistito ad un aumento esponenziale
di iscritti a fronte di un calo vertiginoso di voti e di capacità
di mobilitazione. Gli equilibri interni che si determinarono allora
sono sostanzialmente gli stessi di oggi, non basati sulla politica
ma sulla volontà di “occupare” posti.
Il controllo del partito attraverso il controllo dei pacchetti
degli iscritti, nominali e non reali, pronti solo al voto assembleare;
la prassi sempre più diffusa del commissariamento di federazioni
locali, sostituendo persone non controllabili con personaggi di
fiducia della “dirigenza”; la centralizzazione a Roma
di scelte riguardanti le rappresentanze locali; la modifica delle
regole di vita interna attraverso decisioni dell’Esecutivo
nazionale; la sovraesposizione mediatica del Presidente, hanno
impoverito il confronto interno, ridotto gli spazi di agibilità
politica per le minoranze e fatto dei Verdi italiani un partititino
plebiscitario, dove tutti – ma solo apparentemente - condividono
la linea predominante.
La mortificazione delle esperienze locali
Un tempo Pecoraro Scanio parlava di una situazione nazionale dei
Verdi bloccata dal “tappo romano”, da un gruppo dirigente
che non accettava il ricambio. Oggi possiamo parlare tranquillamente
di una situazione altrettanto bloccata da un nuovo gruppo dirigente
che controlla il partito, gli eletti e le realtà locali
con personaggi sparsi sul territorio nazionale o dentro le Istituzioni.
In questo clima anche le realtà più vivaci dei Verdi,
quelle che possono contare su un forte consenso perché
da sempre presenti e attive sul territorio, sono mortificate o
espropriate del loro ruolo e della loro identità. Molti,
in questi anni, hanno abbandonato il partito amareggiati e delusi.
Nelle istituzioni in cui siamo rappresentati perdiamo forza e
credibilità. Eppure ci sono "Buone Pratiche"
che i verdi hanno saputo e sanno mettere in atto nelle esperienze
amministrative ai vari livelli, esperienze poco note e scarsamente
valorizzate e che dovremo imparare a condividere e a replicare.
Purtroppo, anche a livello locale, esistono esempi di carrierismo
indifferente agli obiettivi politici dei Verdi: rimettere alla
base dell’impegno politico la gratuità e il servizio
è una precondizione necessaria per il rinnovamento dei
Verdi.
L’autonomia dei gruppi locali - valore fondante dei Verdi
italiani, che nascono come federazione di liste verdi locali –
ed un effettivo federalismo, con effettiva sussidiarietà
ai vari livelli di decisione, costituiscono due capisaldi, oggi
totalmente disattesi, della formazione politica verde.
Le migliori esperienze verdi europee
In molti paesi europei i Verdi crescono, giocano un ruolo fondamentale
al governo o all’opposizione, sanno essere punto di riferimento
per i movimenti, per cittadini, sanno proporre e sostenere concretamente
risposte ai grandi disastri che il pianeta subisce. Non è
così, purtroppo, per i Verdi italiani. Che fine hanno fatto
l’attaccamento alla consultazione e alla decisione democratica,
la mania delle regole di langeriana memoria? Dove è finita
la capacità di essere portatori di una cultura fattivamente
ecologica e pacifista? Questi verdi italiani sono ancora saltatori
di muri, costruttori di ponti ?
Per dare un futuro ai Verdi italiani, riteniamo che un punto di
riferimento fondamentale sia rappresentato dalle esperienze positive
di governo dei Verdi europei che, non senza contraddizioni, sono
riusciti a concretizzare, mantenendo una radicalità ecologista,
una proposta politica verde che esprime una cultura europea autenticamente
riformatrice, in grado di condizionare e di rendere concreta l’azione
di governo.
Anche grazie alla presenza dei verdi, l’Unione Europea è,
a livello mondiale, la principale promotrice del rispetto degli
impegni internazionali sulle più importanti tematiche ambientali.
Rifare i Verdi: le regole
E’ paradossale, ma un partito che dichiara di voler difendere
i diritti di minoranze etniche, religiose e sessuali non riconosce
nel proprio statuto la possibilità di creare correnti interne,
negando un principio cardine di una effettiva rappresentanza democratica.
Ciò impedisce, di fatto, un vero dibattito interno e chiude
spazi per le candidature negli organismi del partito e nelle competizioni
elettorali. Occorre modificare le regole di vita del partito a
favore del pluralismo delle idee e delle posizioni politiche.
Le norme e i regolamenti di cui il partito si è dotato
nel tempo non danno, oggi, sufficienti garanzie in questo senso.
Crediamo perciò che debbano essere ripensati e modificati,
in particolare per quanto riguarda le modalità di scelta
delle persone che rappresenteranno i Verdi nelle scadenze elettorali,
il tesseramento, l’elezione degli organismi del partito,
ad esempio integrando il meccanismo “una testa un voto”
con il corrispettivo peso elettorale che le realtà territoriali
esprimono, eliminando la divisione fra il momento del dibattito
politico e quello del voto, per far sì che le nostre assemblee
siano luoghi di dibattito vero e non di pura conta delle tessere.
Qualunque riforma delle “norme” sarà comunque
inutile se – come spesso avviene oggi – le regole
sono tali solo per alcuni, cosicché a volte vengono severamente
applicate, altre volte tranquillamente ignorate. Occorre perciò
dotarsi di adeguati strumenti di garanzia, che consentano –
se necessario - di ricorrere a organi di controllo esterni al
partito, capaci di garantire imparzialità e correttezza.
Rifare i Verdi: la politica
Siamo convinti che il ruolo marginale giocato dai Verdi in Italia
dipenda – anche - dalla scarsa capacità propositiva
e dalla ancora più ridotta capacità di incidere
in maniera significativa sulle politiche ambientali, sia ai diversi
livelli di governo del territorio, sia a livello nazionale.
L’aggravarsi a livello planetario delle questioni ambientali,
energetiche e della pace rende sempre più necessaria una
nuova visione del mondo e dell’uomo fondata su nuovi modelli
energetici e sociali e su nuovi stili di vita.
Il programma politico dei Verdi nasce dal “tirare il freno
di emergenza” e propone un “atterraggio morbido”
per evitare la catastrofe. Di fronte ad una crescita economica
che ci avvicina sempre più all’abisso, diventa desiderabile
una vita fondata sulla qualità e non sulla quantità,
sul meno ma meglio, su una felice sobrietà. I verdi, mentre
cercano di impedire l’irreparabile, propongono nuovi modi
di produrre, abitare, muoversi, vivere e, soprattutto promuovono,
anche ma non solo grazie alla presenza nelle istituzioni e nei
governi, tutte quelle realtà sociali ed economiche che
si collocano nell’orizzonte del cambiamento ecologista.
L’incapacità di comunicare – e, soprattutto,
di praticare - l’idea che il cosiddetto “ambientalismo”
deve essere lo sfondo, l’orizzonte, il principio ispiratore
di qualsiasi azione politica, relegano oggi l’azione dei
Verdi solo ad alcuni temi, pur importanti, quali la salvaguardia
dei beni naturali e culturali, il risparmio energetico, l’inquinamento,
ecc. A differenza di quanto avviene in altri Paesi europei, questo
partito, in Italia, è sempre meno capace di affermare la
propria peculiarità politica e culturale su temi quali
la sanità, il lavoro, l’immigrazione, l’assetto
complessivo del territorio. Per questo - anche per questo - i
Verdi non riescono a crescere in maniera significativa. E’
necessario sviluppare un programma ambientalista di vasto respiro
e di stampo riformista che offra agli elettori una reale alternativa
politica, nella quale ogni scelta tenga ben presente le “ragioni
dell’ambiente” e nel contempo dia risposta concreta
alle problematiche sociali cui i cittadini devono far fronte ogni
giorno. E’ necessaria, inoltre, una verifica puntuale e
costante della realizzazione degli obiettivi e dei governi di
cui i Verdi fanno parte.
Proprio il lavoro sulle 281 pagine di programma dell'Unione e
l'unica responsabilità di Governo sull'Ambiente ci chiedono
uno sforzo di riflessione per un'efficace e coerente azione ecologista
nel governo del paese. Questa riflessione deve necessariamente
relazionarsi all'azione e al dibattito che avvengono in sede di
Unione e di Parlamento europei e alla campagna che Al Gore sta
sviluppando con forza negli USA sul clima, su Kyoto ecc.
Per questo dobbiamo iniziare a preparare gli "Stati generali
dell'ecologismo": è uno sforzo grande, che richiede
un lavoro di preparazione che si definisca attraverso approssimazioni
successive.
Se fino a poco tempo fa la politica aveva una funzione ed una
forma di relazione pedagogica ("divulgare la verità")
oggi essa si deve disporre ad una funzione di ascolto e connessione.
Partire dall'ascolto della società, dalla sua partecipazione
consapevole ed informata, partire dal fatto che chi partecipa
a primarie e referendum non lo fa per logiche compensative non
significa negare la necessità della produzione di una classe
dirigente, di programmi fondamentali e programmi elettorali, di
una strategia politica ed istituzionale. Significa costruire pratiche
e modelli partecipati, a informazione condivisa, dove l'efficacia
delle proposte messe in atto diventi merito, dove è il
processo (e la sua qualità di partecipazione, inclusiva
e competente) che definisce gli indirizzi e individua autorevolezze
cui affidare ruoli di decisione rispetto agli indirizzi.
Noi stessi eravamo in nuce così, ma non avrebbe senso ed
effetto tenere la testa girata al passato: occorre fare tesoro
degli errori del passato quali cause del presente.
La lezione appresa ci dice che al modello di partecipazione, di
riflessione, di formazione, di elaborazione, di decisione, di
rappresentanza, occorre dedicare la stessa cura che nel tempo
abbiamo dedicato all'energia o all'acqua, al traffico o ai parchi,
alla qualità del vivere sociale o all'immigrazione, agli
OGM o alla libertà di internet.
Alex Langer ci aveva proposto "solve et coagula" come
modalità di azione: fuori da ogni ingenua demagogia dobbiamo
avere il coraggio di riprendere questo proposito senza rassegnarci
ad una rendita di posizione speculativa da "ambientalisti
del centrosinistra", vivendo il nostro approccio ecologista
nel senso più ampio, da un welfare per la conoscenza ad
una politica coerente per i diritti civili e una partecipazione
informata e consapevole alla politica pubblica.
Davanti a noi abbiamo due necessità:
· la necessità di rilanciare l'azione del Partito
Verde Europeo proprio sul ruolo politico dell'Europa
· proporre e praticare come Verdi il modello a rete per
la partecipazione politica, riprendere l'idea e la pratica dell'”arcipelago
verde”, dove le diverse esperienze tematiche e territoriali
avevano autonomia e legittimazione, dove l'autorevolezza, la competenza
e l'efficacia delle proposte e delle pratiche avevano peso piuttosto
che le tessere, le corti di cortigiani e le cordate. Non c'è
una sola fonte di verità e di rappresentanza, per quanta
compulsività mediatica essa possa avere, laddove una molteplicità
di esperienze, una rete di esperienze, connessa in modo funzionale,
sia in campo e in azione.
Questo vale per i Verdi e per il più ampio e tribolato
processo - interno all'Unione - della Costituente Democratica,
processo al quale i Verdi guardano con attenzione.
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