FEDERAZIONE PROVINCIALE DEI VERDI DI RIETI
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FRONTI DIMENTICATI
Il 90% delle vittime sono civili. Sempre più rifugiati
In dieci anni 8 milioni di bimbi feriti o uccisi

OLTRE BAGDAD In Cecenia e in Afghanistan ma anche in terre semisconosciute come Papuasia, Burundi o Aceh: sono decine i Paesi dove si combatte i Spesso con vecchie armi, rimanenze di arsenali dismessi dalle grandi potenze, e metodi di stampo terroristico

Dal ’45 a oggi le guerre hanno prodotto qualcosa come 27 milioni di morti e 35 milioni di profughi. Di queste vittime il 90% sono civili. Rispetto al passato i cosiddetti «effetti collaterali» dei conflitti bellici, ovvero l’accidentale coinvolgimento delle popolazioni, sono aumentati in misura esponenziale. Se infatti dei 15 milioni di morti nella Prima Guerra Mondiale «solo» il 5% erano civili, già nella Seconda Guerra la percentuale è salita ai due terzi rispetto ai 55 milioni di vittime. Questo drammatico coinvolgimento delle popolazioni si riflette sul numero dei rifugiati: attualmente, secondo l’Onu, in tutto il mondo ci sono circa 20 milioni di persone in fuga dalle guerre. Di queste più di 8 milioni sono in Asia, mentre Europa e Africa contano 4 milioni di profughi ciascuna.
Testimoni oculari hanno riferito agli osservatori dell’Onu nella Repubblica democratica del Congo che le milizie tribali avrebbero ucciso giovedì a colpi di fucile e machete circa mille civili nella città di Drodro e in 14 villaggi vicini a Bunia, nel distretto dell’Ituri... La polizia dello Stato di Assam, in India, ieri ha trovato i corpi di 22 persone, con le mani legate dietro la schiena, assassinate dai paramilitari della tribù degli Hmar, rivale di quella dei Dimasa, cui appartenevano le vittime... Non solo Iraq. Nel mondo sono in corso decine di altri conflitti - il sito www.warnews.it ne enumera 36, altre fonti ne contano fino a 50 - e pochissimi rispondono ai criteri classici della Guerra, come la raccontano i vecchi manuali di strategia militare. Si combattono perlopiù all’interno di un unico Stato, spesso con le rimanenze di arsenali dismessi dalle grandi potenze - niente missili hi-tech più o meno intelligenti, bensì machete, kalashnikov e vecchi tank - ma anche con metodi apertamente terroristici come sequestri, autobombe e agguati kamikaze. Le chiamano guerre dimenticate o conflitti striscianti. Oppure, in termini tecnici, «a bassa intensità», anche se provocano milioni di morti, al 90% civili. Le abbiamo suddivise, semplificando, in gruppi tematici. Con un’avvertenza: dietro le motivazioni ideologiche, separatiste o religiose c’è quasi sempre la lotta per il controllo di una risorsa economica, sia essa i diamanti dell’Angola, la coca della Colombia o il petrolio del Sudan.

INTERNAZIONALI
In teoria dovrebbero essere queste le guerre classiche, quelle combattute fra due o più Stati, generalmente confinanti. In realtà soltanto il conflitto fra Eritrea ed Etiop ia - conclusosi nel 2000 con un fragile accordo di pace e una frontiera imbottita di mine - ricade a pieno titolo in questa categoria. Decisamente meno convenzionale è l’interminabile crisi fra Israele ed Autonomia palestinese , con la molteplicità dei suoi fronti e lo stillicidio di attentati, ritorsioni e morti civili. In questo gruppo rientrano anche le «guerre di polizia internazionale» lanciate da Washington e dai suoi alleati sia in Afghanistan , contro il regime talebano e i terroristi di Al Qaeda, sia in Iraq . Un caso a sé è la «guerra mondiale africana» che ha visto combattersi sul territorio della Repubblica democratica del Congo gli eserciti di ben cinque Paesi vicini (Angola, Namibia, Zimbabwe, Uganda e Ruanda): alla firma degli accordi di pace nel dicembre 2002 si contavano 2,8 milioni di vittime. E il massacro continua, come dimostrano le ultime notizie.

CIVILI
In Africa si tratta, perlopiù, di lotte fra clan rivali che si risolvono con accordi di pace spesso molto precari. E’ successo in Sierra Leone , dove nell’ultimo anno l’Onu è riuscita a disarmare parzialmente il Fronte rivoluzionario unito, famigerato per la pratica delle amputazioni di gambe, braccia, orecchie e naso, e in Congo Brazzaville pochi giorni fa con un’intesa accettata anche dai ribelli «Ninja». In Angola , che dall’indipendenza nel 1975 non aveva conosciuto un solo giorno di pace, il cessate il fuoco fra il governo di Luanda e i ribelli dell’Unita è stato decretato nell’aprile del 2002 (il tragico «saldo» è di 1 milione di morti e 4 milioni di profughi), ma il conflitto continua nella provincia di Cabinda. Si combatte ancora ferocemente in Liberia , la più antica repubblica d’Africa oggi governata con il terrore da Charles Taylor. E si combatte, sporadicamente, in Costa d’Avorio dopo l’insurrezione militare del settembre scorso che ha costretto il presidente Gbagbo a formare un governo di unità nazionale. Nella Repubblica Centrafricana si è appena insediato con un golpe il generale «ribelle» François Bozizé dopo mesi di scontri intorno alla capitale Bangui.
E’ in Colombia la guerra civile più «antica» della storia contemporanea: da 39 anni le Farc, di ideologia marxista-leninista, combattono il governo di Bogotà senza disdegnare l’alleanza tattica con i narcotrafficanti. Un conflitto complicato dai massacri compiuti dagli squadroni paramilitari di estrema destra. E le stragi restano all’ordine del giorno in Algeria (gli estremisti islamici hanno ucciso almeno 100.000 persone dal 1992). In Nepal una «guerra del popolo» è stata lanciata dal Partito comunista-maoista contro la monarchia costituzionale.
Infine la Birmania : il Paese è allo sbando, sconvolto da 50 anni di conflitti interni, sia etnici sia politici. La nuova giunta militare, insediatasi nel 1988 dopo la feroce repressione delle manifestazioni per la democrazia, continua a tenere in carcere decine di oppositori politici e a reprimere nel sangue i movimenti indipendentisti delle etnie Karen e Shan.

SEPARATISTE
In continuo aumento. Si va dagli ormai storici conflitti europei - in Irlanda del Nord il processo di pace è ormai avviato anche se alcune frange dell’Ira non hanno aderito al cessate il fuoco, nei Paesi baschi spagnoli l’Eta sembra invece aver definitivamente scelto il terrorismo - alla devastante invasione russa in Cecenia , 150 mila morti dal 1999, con il conseguente risveglio di un sanguinario terrorismo indipendentista. Per arrivare alle rivendicazioni armate in angoli sperduti come l’ Aceh , regno nel Nord dell’isola di Sumatra, o la Papuasia occidentale , che rivendicano l’indipendenza dall’Indonesia; la regione di Casamance nel Senegal meridionale, infestata di mine anti-uomo; o l’Abkhazia nell’ex Repubblica Sovietica della Georgia . Il più alto numero di movimenti separatisti è in India (il più antico in Nagaland) mentre il popolo curdo, 30 milioni di persone, non smette di lottare per il riconoscimento del Kurdistan che si estende in Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria.

ETNICO-TRIBALI
Sono concentrate quasi tutte in Africa. Dall’ Uganda - dove sono costretti a combattere 10 mila bambini - al Ruanda e Burundi , teatro dei periodici genocidi fra le etnie Hutu e Tutsi. Dalla Somalia, devastata da una faida fra clan che neppure l’intervento dei marines e dell’Onu è riuscito a fermare, alla Nigeria attraversata da fortissime tensioni fra le etnie Ibo, cristiano-animisti, gli Hausa-Fulani, musulmani, e gli Yoruba, metà cristiani e metà musulmani. Resta latente il conflitto nel Chiapas messicano: il subcomandante Marcos non combatte più e parla sempre meno, il governo non ha mai voluto riconoscere le rivendicazioni degli indigeni. A rischio resta anche la Macedonia che ha trovato un fragile equilibrio fra la maggioranza slavo-macedone e la consistente minoranza albanese concentrata nel Nord.

RELIGIOSE
Le più feroci. L’esercito del Sudan , dove vige la legge islamica, è responsabile di innumerevoli massacri di civili, anche con armi chimiche, nei villaggi del Sud cristiano-animista dove operano i ribelli dello Spla. Fino ad oggi si contano un milione e mezzo di morti, dal 15 ottobre è in vigore un cessate il fuoco. Guerre ancora aperte in Asia: nell’isola di Mindanao, musulmana, contro il governo cristiano delle Filippine (le trattative di pace avviate nel 1987 sono state subito respinte dalla fazione estremista di Abu Sayaf, vicina ad Al Qaeda); a Sri Lanka , tra i guerriglieri Tamil (indù) e la maggioranza cingalese (buddista) e anche tra i cristiani e i musulmani dell’arcipelago indonesiano delle Molucche . La situazione più pericolosa è in Kashmir , a maggioranza musulmana, dove è attivo un forte movimento armato che rivendica l’indipendenza dall’India. Dal 1948 India e Pakistan si contendono con le armi la regione e i combattimenti sulla linea di confine continuano senza sosta.

Le guerre hanno ucciso negli ultimi dieci anni 2 milioni di bambini e ne hanno feriti o resi disabili più di 6 milioni. Tra i sopravvissuti si registrano 1 milione di orfani e 10 milioni di minori con disturbi psichici. Sebbene esista un trattato dell’Onu che vieta l’utilizzo dei minorenni nei conflitti, oggi circa 300 mila «bambini soldato» vengono impegnati in guerra.