Pace preventiva e infinita   

riga

   Abbiamo vissuto 20 giorni tra immagini che poco facevano vedere dello strazio della guerra, chiacchiere sulle strategie militari, discorsi neocolonialisti sul futuro dell'Iraq. Ora che Bush e Blair hanno vinto la guerra (e non poteva essere diversamente vista la sproporzione degli armamenti) siamo convinti che tale vittoria non ha reso la guerra più legittima di quanto non lo fosse al suo inizio. Essa lascerà una ferita profonda e non costruirà la pace e la sicurezza nel Medio Oriente e nel Mondo.
   Il presidente Bush ed il suo governo hanno elaborato la strategia di "guerra preventiva e infinita" per difendere l'America dagli attacchi dei terroristi, portare la democrazia nei paesi afflitti da dittature e regolare i conflitti che insorgono nel mondo.
   La "guerra preventiva" si lega al progetto politico della destra americana che persegue la supremazia globale degli USA. Già nel 1997 l'organizzazione "New American Century", fondata dagli uomini che oggi guidano il governo insieme a Bush (dal vicepresidente Dick Cheney al segretario alla difesa Donald Rumsfeld), mirava a raggiungere il primato in tutti i campi, riducendo l'ONU a mera agenzia umanitaria e contenendo la crescita economica e militare dell'Europa.
   La guerra è l'uso incontrol-lato e illimitato della forza, porta a situazioni estreme ed inaccettabili di violenza brutale, di aggressione, di morte fisica e psicologica. La guerra nega il "diritto" che con le sue regole è alla base della convivenza pacifica degli uomini.
   Il principio essenziale del "diritto" è proprio la regolazione e la limitazione della forza. La "guerra preventiva" trasforma paradossalmente gli aggrediti in aggressori e viceversa. Oggi è toccato all'Iraq, domani forse alla Siria, all'Iran, alla Corea, alla Libia…
   La guerra all'Iraq è una guerra unilaterale del governo degli Stati Uniti contro il diritto internazionale, contro l'ONU e l'Unione Europea, che volevano disarmare Saddam attraverso l'azione degli Ispettori. Questa guerra è un atto arbitrario che crea una separazione netta tra il governo di tutte le nazioni e il dominio di un solo Stato su tutti gli altri.
   È una guerra che pretende di esportare la democrazia: cacciare Saddam facendo la guerra all'Iraq non favorisce l'autodeterminazione del popolo iracheno. Deve esserci una coerenza tra il mezzo e il fine: non si costruisce la democrazia con un'invasione. Così vi è il rischio che alla dittatura di Saddam si sostituisca il dominio degli USA e non un governo iracheno democratico e indipendente.
   È una guerra che fomenta lo sconto tra civiltà. Nell'Era della globalizzazione, che riduce le distanze e mette in contatto i popoli, questa guerra interrompe il dialogo tra le culture e le religioni, alimenta il rancore e lo scontro, favorisce il razzismo, accentua in occidente il mito della 'civiltà superiore'.
   È una guerra per il petrolio: il governo Bush vuole garantire alle lobby petrolifere americane il controllo dei giacimenti iracheni, una grande riserva mondiale.
   È una guerra dei paesi ricchi contro i paesi poveri: il 20% della popolazione mondiale, il nord del mondo di cui anche l'Italia fa parte, usa l'80% delle risorse naturali della Terra, le quali in gran parte sono presenti nel Sud del mondo. Mantenere il tipo di sviluppo e di consumi delle società ricche comporta che gli altri Paesi rimangano senza le risorse necessarie per raggiungere un dignitoso livello di benessere.
   È una guerra contro la vita sulla Terra, perché una politica energetica fondata sul petrolio accentua l'inquinamento, le concentrazioni dei gas serra nell'atmosfera, facendo aumentare la temperatura media del pianeta con conseguenti squilibri climatici e ambientali. E infatti, coerente con la sua politica militare, il governo Bush non ha firmato il Protocollo di Kyoto, l'accordo tra gli Stati del mondo per ridurre le emissioni dei gas serra. In prospettiva i conflitti per il petrolio, come quello in Cecenia, in Nigeria, in Indonesia, in Venezuela sono guerre contro le future generazioni, perché in un pianeta a rischio, siamo tutti 'animali' a rischio.
   Essere contro la guerra ci impegna a fare pressione presso le istituzioni affinché si rafforzi il governo mondiale dell'ONU; affinché si costruisca un nuovo modello di sviluppo che rispetti l'ambiente, usi più energie pulite e rinnovabili come il sole, il vento e l'acqua.
   Essere contro la guerra ci impegna a conoscere e rispettare le persone di culture e religioni diverse dalle nostre. Ci impegna ad avere uno stile di vita meno consumistico, meno dipendente dal petrolio e dai suoi derivati. Certo, la pace è più faticosa della guerra: richiede più tempo, più risorse, più intelligenze. Richiede non sentirsi più al centro del mondo, ma al servizio del mondo, custode responsabile della natura e della convivenza pacifica tra i popoli, le culture e le religioni.

Angelo Moreschini, Emanuela Nonni

riga

Indietro Homepage dei Verdi In Rete