Giorni e Nuvole
un'iniziativa di Verdelitorale
con il patrocinio del comune di Cavallino-Treporti

Silvio Soldini dimostra ancora una volta l'originalità dello sguardo e una straordinaria capacità di sapere tradurre questioni esistenziali in metafore estetiche
Elsa e Michele sono felicemente sposati, hanno una figlia e
una splendida casa dove coltivano il loro amore e ricevono amici affettuosi.
Elsa si è appena laureata in Storia dell'Arte e lavora al recupero di un
affresco attribuito al Boniforti, Michele è stato invece estromesso dall'azienda
dai suoi stessi soci, che ritenevano la sua gestione poco competitiva. Dopo la
confessione del licenziamento, Elsa e Michele sono costretti a riconsiderare e
ridimensionare il loro (alto) tenore di vita. A quarant'anni si confronteranno
drammaticamente col mutato mercato del lavoro.
Con Giorni e nuvole, Silvio Soldini dimostra ancora una volta
l'originalità dello sguardo e una straordinaria capacità di sapere tradurre
questioni esistenziali in metafore estetiche. Dopo la leggerezza di
Agata e la
tempesta che, insieme a
Pane e
tulipani, in molti e forzatamente hanno letto come deviazione dal corso
del suo cinema, Soldini sceglie di raccontare una storia dolorosa dentro un
paesaggio sociale popolato dal disagio e dall'insicurezza.
Secondo un procedimento ripreso in tutti i suoi lavori, Soldini fa (sempre)
accadere qualcosa ai personaggi che genera nella loro esistenza un vuoto, una
disponibilità di tempo sgombro dalle occupazioni consuete. Questo intervallo
permette ai protagonisti di guardare le cose con altri occhi e di considerare e
sperimentare altre possibilità. Lo scarto temporale si accompagna a un'analoga
dislocazione dello spazio: dopo aver perso il lavoro Elsa e Michele traslocano.
Ma se
Nell'aria serena dell'ovest, in
Un'anima
divisa in due e ancora nelle
Acrobate
i personaggi scelgono spontaneamente di lasciare il lavoro e di abbandonare la
propria casa per partire in cerca di un altrove, in Giorni e nuvole non
ci sono fughe deliberate a sud o verso il Monte Bianco. C'è una città di mare
(Genova) dove (re)stare, dove le nuvole "vanno, vengono e ogni tanto si
fermano", c'è un lavoro perso e un altro da trovare, c'è una vita a cui
rinunciare e un'altra da "campare".
Soldini riflette sull'equazione tra lavoro e tempo: il lavoro organizza il
nostro tempo, se si lavora poco si perde tempo, se si lavora molto si guadagna
tempo. Quando il Michele di Albanese perde il lavoro entra perciò in un tempo
dell'attesa e dell'introspezione. Incapace di ri-organizzarsi la vita senza i
ritmi dell'azienda, il protagonista vive una progressiva perdita di definizione.
Michele appartiene alla borghesia alta e intellettuale, una classe che ha fatto
del lavoro la misura di ogni cosa e la fonte della propria identità. Elsa,
abituata a riflettersi nel lavoro del marito e a godere del prestigio sociale e
delle opportunità (laurearsi e fare senza compenso la restauratrice) della loro
condizione, trova uno, due, tre lavori per provare a rientrare nella "normalità"
da cui sono usciti. I due protagonisti sono avvolti da un velo di sofferenza non
detta, da una cortina impenetrabile che rende inutile qualsiasi contatto umano.
Capiranno insieme, distesi a contemplare l'affresco del Boniforti, che è l'amore
(e non il lavoro) a "produrre" valore e realizzazione personale.
da: http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=46830
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